La paranoia di un programmatore

Confessioni di un hacker

La paranoia di un programmatore header image 2

Escher e la gabbia adamantina

Lug 4, 2008 - 14:54 · 6 commenti

Mi pare di sentirla. Sentirla come succede a chi si sveglia di notte e gli pare di percepire una presenza forte vicino a sé. Non qualcosa di spazialmente vicino e quindi di materiale nel forte senso del termine. Qualcosa che sai esserci ma non riesci a delinearne la forma e addirittura il motivo per cui tu dovresti convivere col pensiero di non saperla esaminare.

M. C. Escher 1950 Order and Chaos

L’idea di condividere la mia coscienza con questa struttura che si fa gabbia e trattiene qualunque cosa cerchi di esaminarla mi snerva. Mi sembra che qualsiasi mio sentimento rimbalzi tra tante pareti a specchio non perdendo forza ad ogni rimbalzo ma rinfrancandosi casualmente quando io l’osservo come spettatore per poi tornare nell’oblio quando volto il mio viso. Pensare di romperne una parete mi appare impossibile. Ora c’è il dolore che permea questa gabbia ed è l’unico sentimento che non rimbalza da alcuna parte ma rimane a fluttuare lentamente lambendone le pareti.

Ogni azione, ogni pensiero, ogni idea che condivido con gli altri esseri umani mi appare sempre più vacua. Le azioni di tutti i giorni mi sembrano sempre più senza senso e perpetrate solo perché sono un umano tra gli umani. Ridere, giocare, parlare ad uno sconosciuto, prendere il tram, sentirmi colpito quando incrocio uno sguardo di una bella ragazza non sono più azioni che intraprendo come una volta. Mi pare di fare tutto perché la mia vita deve essere così. Rido perché in quel momento dovrei ridere et cetera. Non faccio niente per gli altri così come non faccio niente per me. E’ strano come io possa vivere senza questo. Lascio solo che il mio io finga di fare tutte queste cose e solo ogni tanto mi accorgo di come io stia vivendo.

Forse il mio corpo si è ritagliato una piccola parte del mio cervello per espletare quello che serve per essere considerato un umano tra gli umani e lascia il resto immerso in delle elucubrazioni mentali che mi sfuggono di mano forse perché non ci sono mai state. Non è detto che io riesca a capire quel me stesso che ora si è risvegliato per un attimo riflettendo malamente quello che lui è come su di un vecchio specchio di rame.

Scrivere fesserie mi solleva un attimo dal non riporre nuova attenzione nella mia gabbia adamantina. Se non lo facessi ogni tanto tutto verrebbe fagocitato da quel sentimento che pervade dentro di me. Se il dolore e l’affanno che indeboliscono la mia mente cominciassero un movimento inaspettato sono sicuro che riuscirei a trovargli uno spazio e tutti i miei sentimenti negativi si riverserebbero sulle mie mani mostrando il loro orribile volto.

Non penso che sarei preparato a guardarli in faccia. Non posso saperlo perché avendo solo una vaga sensazione di quello che accade essi assumerebbero un peso sconosciuto e le mie mani non sono forti.

È l’ora di guardare oltre. Le pareti non riflettono completamente. Non più. Ora mi appaiono traslucide. Più le guardo e più sento un fuoco dentro di me che prende forma alimentandosi della traslucenza crescente. Mi sembra quasi di non potermici più specchiare, di poter guardare oltre rinfrancato da questo calore dentro di me. Non c’è una gabbia se tu sei più grande di essa.

Tag: arte

6 risposte ↓

  • 1 Lucy in the Sky il giorno Lug 4, 2008 alle 16:20 ha scritto

    …sei diventato il mio scrittore preferito…(dopo Baricco)!

  • 2 programmer il giorno Lug 4, 2008 alle 16:43 ha scritto

    Escher mi fa quest’effetto.

  • 3 Lucy in the Sky il giorno Lug 4, 2008 alle 16:48 ha scritto

    anche a me.

  • 4 programmer il giorno Lug 4, 2008 alle 19:42 ha scritto

    Qui non si parla di sindrome di Stendhal. In quella c’è il fisico che ne risente. Qui si parla del sé che è messo a dura prova. L’importante è non vacillare. L’ho capito solo da poco tempo. Qualcosa insito in quella parte di me con cui non dialogo mai mi suggerisce che forse l’ho sempre saputo.

    Ma non mi sono saputo ascoltare. Ora ho cominciato a farlo. Devo tradurre i sentimenti nuovi che ne scaturiscono. Troppo facile e qualunquista affibbiargli con mente troppo svelta e disattenta un valore “importante”.

    Troppo spesso si parla di estremi imponderabili come l’amore o l’odio con troppa facilità. Vedremo. Per ora mi lascio andare come se uno scrittore pazzo, il mio io insito, mi scriva su carta in uno sfuggente stream of consciousness.

    Sono dell’idea che scriversi su una lavagna che tutti possono cancellare con poco sforzo o che io lascio che sia cancellata non fa più per me.

  • 5 MARRETTO il giorno Lug 5, 2008 alle 13:14 ha scritto

    condivido l esperienza a livello sub atomico, caro programmer! Ormai sopravvivere di non-vita è la regola, non l eccezione. La notte sta diventando un problema per una miriade d esseri umani. O forse è sempre stato così e solo ora ci sono più modi di comunicare e , dunque, di rendersene conto. Ma poi invece sai mettere su carta molto bene quanto l insieme delle azioni quotidiane siano vacue, ripetitive, annoianti, intrappolanti.
    Plaudendo per il testo, ti linko il blog di un mio amico carissimo (il famoso Gori del Tegoleto) che condivide con te questo sense of emptiness…..

    http://sgargabonzi.leonardo.it/blog

    e specialmente i testi “malinconici” ma realisti che troverai in qua e in là sotto diverse nomenclature (idiosincrasie, ipotenuse) o quello ultimo scritto il 14 giugno 08 per il suo comple…se vuoi ridere poi, ti consiglio la saga di gunther brodolini, personaggio bimbo inventato da lui che vive avventure surreali-reali-tragicomiche-spietatamente cattive e dunque ancor + reali…
    un abbraccio e a leggerti presto ancora

  • 6 programmer il giorno Lug 5, 2008 alle 14:47 ha scritto

    Mamma mia. Stream of consciousness duro e crudo. Con diverse spruzzate di non-sense ben calibrato.

Lascia un commento